Ritorno in Grecia

Milos

Dopo sei anni – dopo la traversata a piedi di Corfù nel 2019, un viaggio di cui parlerò – ho avuto l’occasione di tornare in Grecia.

Eravamo un gruppo di praticanti di yoga, riunitisi all’isola di Milos per un seminario di alcuni giorni: alla pratica si univano le spiagge – che sarebbe più opportuno chiamare tratti di costa – dell’isola, situata nella parte sud occidentale dell’arcipelago delle Cicladi. Sembra non essere un viaggio di questo tipo in carattere con Camedrino alpino, pensato soprattutto per essere dedicato alla montagna e ai viaggi a piedi: ma il suo senso ce l’ha. Milos colpisce per le sue particolarità geologiche e il suo mare: e, dopo anni di lontananza dalle isole greche, permette di osservare come il turismo fa evolvere, o comunque sia mutare, i contesti originali dei luoghi.

Milos è un’isola grande, popolata soprattutto nella parte nord orientale, molto urbanizzata, che comprende l’ampia insenatura portuale di Adamas e numerosi centri abitati che si presentano in tutto e per tutto come ogni area urbana o suburbana del mondo occidentale: supermercati, auto e moto noleggi – motorini, quad, moto di ogni grandezza e tipologia – gestori della telefonia, officine, distributori di benzina, asfalto e costruzioni. Grandi navi da crociera nel porto. Non mancano ristoranti di ogni tipo. Perché Milos, allora?

In quel momento, come ho detto, era la prima opportunità di rivedere la Grecia: lo yoga era un plus apprezzabile, ma l’essere di nuovo in Grecia e conoscere Milos, bastava a giustificare il viaggio.

L’isola è di origine vulcanica e fa parte dell’allineamento vulcanico detto Arco vulcanico dell’Egeo, che va dal golfo di Corinto a Santorini. L’attività vulcanica risale a 5 milioni di anni fa e oggi è estinta. Ma come suo risultato Milos è sempre stata ricca di miniere: vi si estraeva l’ossidiana, e, fino all’inizio del 2000, la bentonite, un prezioso minerale argilloso. Alcune cave e miniere sono tuttora in attività. Il fatto più interessante è che le alterazioni post vulcaniche e il raffreddamento della lava hanno prodotto, oltre ai giacimenti minerari, una varietà fantasmagorica di colori e paesaggi: nell’isola e lungo le sue coste. A mio parere infatti sono dette spiagge erroneamente i tratti di costa di Milos: estremamente variegati, non sempre attrezzati con lettini, ombrelloni, e quanto ci si aspetta da una spiaggia; lettini ombrelloni e chioschi sono presenti solo in alcuni casi. Le spiagge comunemente intese, di sabbia, sono la minoranza. Un’idea di quanto abbia relativamente poco senso parlare di spiagge a Milos, la dà la vista delle scogliere bianco grigie di Sarakiniko, composte principalmente di caolino, modellato all’acqua e dai venti. (foto sotto)

le scogliere di Sarakiniko, lungo il lato nord di Milos
verso il mare aperto, Sarakiniko

Ho raggiunto Milos facendo tappa al Pireo, da dove parte l’aliscafo che ho preferito all’aereo: viaggio più lungo ma meno costoso. Alla fine di settembre non mi aspettavo di trovarlo affollato, ma la grande nave col suo carico oltre che di passeggeri anche di auto e camper, era al completo. All’arrivo ci si accalcò premendo gli uni sugli altri, e respirando i gas di scarico di auto e moto che avevano già avviato i motori. Fuori, una luce abbagliante. Mi era stato detto di portare una maglia di lana, ma il vento freddo dei giorni precedenti se n’era andato altrove, e il sole di mezzogiorno bruciava come in piena estate. Tutti noi, chi singolarmente, chi in gruppo, alloggiavamo a Tripiti, un piccolo paese sul lato sud di Milos, caratterizzato da strade strette e ripide e vecchie case. Un nastro piatto d’asfalto battuto dal sole, lungo il quale vi sono supermarket e altri negozi e servizi vari, come la telefonia mobile, e una lunga salita, percorribile in auto solo fino ad un certo punto, separa Tripiti dalla Plaka, situata in alto: il vero e proprio centro storico.

Ma a noi, oltre allo yoga, interessavano le spiagge e il mare. Difficile però raggiungere il mare a piedi: chi viene a Milos deve avere un mezzo motorizzato, perché gli accessi al mare più interessanti e spettacolari richiedono tragitti anche abbastanza lunghi di strade sterrate, ripide, sassose e senz’ombra. Decisamente, Milos non è un’isola adatta ai camminatori, o a farvi trekking. Nonostante questo, bastano ad attirare il viaggiatore le acque limpidissime e la sfrenata bellezza delle coste.

Il primo approccio è stato con la spiaggia di Plathiena, tra le più soft, diciamo: acqua splendida e un fondale basso e sabbioso. Un chiosco all’ombra per farsi una bibita o uno snack, qualche ombrellone, e un’insenatura tranquilla, da cui si vede l’isola di Antimilos.

Plathiena. Sullo sfondo l’isola di Antimilos
Plathiena: già qui si intravede la caratteristica delle rocce di Milos, bizzarre e scenografiche

L’acqua che scorre sui sassolini di Plathiena ne mostra meglio di ogni altra cosa la limpidezza: anche in questa piccola composizione di sabbia sasso e acqua si vede la bellezza che la natura rivela in ogni particolare.

Questa è Kastanas, con le sue policromie

Tutt’altra esperienza a Kastanas, lungo il lato nord est di Milos. (foto sopra). Vi si accede per strade sconnesse, ripide e tortuose. Anche si si è viaggiato con un 4×4 o una jeep, l’auto va lasciata su di un terrapieno alto sul mare, verso cui si scende a piedi per tratti rocciosi che niente hanno da invidiare a un sentiero di montagna. Qui ombrelloni e lettini sono pura fantasia. Il tratto lungo il mare si restringe via via, sassoso e in qualche punto lievemente ripido; alcune grotticelle nella prima parte del percorso rendono possibile, sostando qui, ripararsi dal sole: proseguendo non resta che tentare di infiggere l’ombrellone tra i sassi creandogli intorno una montagnola lapidea di sostegno, nella speranza che il vento troppo forte non lo scalzi.

Kastanas: spettacolare scenografia di rocce colorate
sasso, o pietra policroma, resa liscia dall’acqua, lungo la spiaggia di Kastanas
Lungo la costa, impropriamente chiamata spiaggia, di Kastanas, i colori dei sassi sono innumerevoli, dal rosso sangue al viola marezzato in ogni gradazione. Nella prima foto, più in alto, il rosso della parete rocciosa è drammatico: questa roccia tuttavia è fragile e friabile. Assomiglia alla pomice, ed è l’esito di millenni di trasformazioni geologiche che sono seguite alle esplosioni vulcaniche; è ciò che resta dei materiali terrestri su cui hanno lavorato il fuoco, ma anche il vento, il mare, l’erosione, le piogge, e ogni genere di fenomeno climatico e atmosferico. I sassi e le pietre policrome acquistano invece la loro insolita pigmentazione grazie alle vene di minerale presenti in esse, che si sono trovate esposte ai fattori dell’ambiente esterno: e così le vediamo oggi, vere opere d’arte della natura.

La varietà delle coste è il più apprezzabile aspetto di Milos: ogni colore e struttura, che appartenga a roccia porosa e tenera, o a sassi, a pietre indurite e lisce, chiazzate, semi sommerse, emergenti dall’acqua che subito le ricopre, suscitano attenzione e stupore in chi le osserva.

Una spiaggia più tranquilla sul piano paesaggistico, ma non priva di attrattive è Mytakas, a destra di Sarakiniko, lungo la costa nord di Milos. Qui vi è sabbia e ombra di alberi, e un tocco di selvaggio dato dalle dune scabre e scure, cosparse di piante succulente. singole o in gruppo

Mytakas
dune a lato di Mytakas

Mytakas, molto riposante, mi è parsa suggestiva perché, a pochi passi da noi bagnanti in relax, bastava muoversi di poco per vedere aprirsi uno scenario vuoto e aspro: le conche e i rilievi delle dune, dove il mare aveva portato frammenti di legno, sassolini, resti di ogni tipo, e il vento modellato le Euforbie in forme bizzarre. Rocce aguzze e irregolari si alzavano al di sopra delle dune, a limitarle, e su tutto il cielo di un blu carico, come una cupola. Percepii un senso di solitudine nel luogo, come mi fossi trovata improvvisamente in un deserto, lontano da ogni forma di civiltà, auto, negozi, paesi, turismo. Quel paesaggio mi sembrò avere qualcosa di primordiale.

piante di Euforbia tra le dune di Mytakas

Non mancava il fascino dell’acqua, del suo andirivieni sulle superfici rocciose che si allungavano sul lato sinistro della baia: roccia piatta a gradoni, non variamente colorata come in altri luoghi, né bianca come a Sarakiniko, ma più scura, nei toni dell’ocra e del marrone. Un’altra testimonianza delle trasformazioni geologiche a cui Milos è andata incontro. Limpidisssima, come altrove, l’acqua.

lato sinistro della spiaggia di Mytakas, con gradoni di roccia che si spingono fin sotto la superficie dell’acqua

L’ultima costa che scegliemmo fu Palichori, perché, infossata tra alte pareti di rocce, poteva essere più riparata dal vento forte. In cima alla scogliera c’è la terrazza di un bar, ombreggiata, da cui si domina il mare; poi, scendendo una lunga scala, si arriva alla parte di spiaggia attrezzata con pochi ombrelloni e lettini. Ma noi si andò oltre, nella parte senz’ombra e a ridosso delle scogliere color sangue, color limone, che si ergevano alte sopra le nostre teste, vagamente incombenti. Il luogo era relativamente riparato dal vento, che invece in alto era molto forte, ma senza modo di ripararsi dal sole, se non col solito ombrellone instabile. L’acqua magnifica e limpida, era una grande tentazione per sfuggire al sole intenso. Mi persi però girovagando ai piedi delle rocce porose e sempre sul punto, in apparenza, di disgregarsi: i loro colori. sarebbero difficili da riprodurre per un artista, a causa della varietà di sfumature, dei colatoi, dei bozzi sporgenti, dei tetti quasi strapiombanti.

parete rocciosa alta sopra la costa – spiaggia di Palichori
particolare della roccia di Palichori: piccoli tubercoli di roccia, agglomerati tra loro, che ricordano la tessitura di una spugna, o una bizzarra forma vegetale.

La particolarità di questo tratto di costa è anche a ridosso del mare, dove le formazioni rocciose – colorate e friabili – emergono dall’acqua, movimentando l’ambiente con passaggi tra diversi tratti di mare, e le sempre nuove prospettive offerte dagli scogli, anche abbastanza grandi, tra cui si può camminare o nuotare, superando massi o acqua (foto sopra) con gli occhi alla formidabile parete policroma. (foto sotto)

angolo della parete rocciosa, coi colatoi color limone e bianchi, sfumanti in rosa pallido e rosso vivo, Palichori.

La mia immagine di Milos si è completata salendo alla Plaka. E da qui all’acrocoro che sta sopra Tripiti e Plaka stessa, sulla cima del quale sorgono le rovine dell’antico kastro, e una chiesetta, purtroppo chiusa. Si sale al kastro per un sentiero a gradini ampi di pietra, superando una chiesa e godendo del panorama su tutta Milos e sul mare circostante. Piante di fichi d’India (Ficus indica) sporgono dalle pietre che costeggiano il sentiero.

scale di pietra al kastro di Milos
agavi e fichi d’India
il sentiero passa attraverso le rovine del kastro

La chiesetta in cima all’acrocoro della Plaka è piccola ma suggestiva. Poco a lato sventola la bandiera greca bianco azzurra, i colori, guarda caso, delle Cicladi. La chiesa appare nuova, o da poco restaurata. il luogo è tranquillo, in contrasto con l’animazione di Plaka e ha il vantaggio di essere raggiungibile solo a piedi. Intorno a Plaka ci sono molte auto, il centro non è dissimile da quello di altre isole: ristoranti, bar, souvenir, artigianato locale, articoli da spiaggia, e turisti che passeggiano o sorseggiano una birra o un liquore in qualche angolo ombroso di uno dei diversi locali. Si può solo immaginare ormai come poteva essere stata Plaka prima del turismo. E dopo anni che non mi recavo in Grecia non mi sono stupita. Isole molto conosciute, come Santorini, o mondane, come Mykonos, sono ormai così, e anche più affollate, da molto tempo. Di Mykonos posso dirlo con certezza, avendovi fatto tappa varie volte aspettando l’aliscafo per Amorgos. Santorini la vidi molti anni fa, in primavera, e temo sia mutata in un modo che forse non apprezzerei. Quel viaggio lontano meriterebbe un racconto. Chissà. A Milos c’è molto altro: troverete tutte le indicazioni in rete. Non mi sono preoccupata di visitare tutto, e non ne avrei avuto il tempo. Ma per Plaka, e per salire al kastro, rinunciai alla spiaggia l’ultimo giorno. E il kastro, con la sua salita pietrosa, le sue rocce affioranti a lato strada, mi piacque e mi pacificò con le aree urbanizzate, con le miniere, con le strade polverose solcate dai camion, con la grandi navi nel porto di Adamas. Mi restò in mente l’acrocoro di Tripiti e di Plaka, visto dal basso, e il suo richiamo a salirvi.

acrocoro di Plaka visto da Tripiti, con la bandiera greca sulla destra
chiesetta in cima all’acrocoro di Plaka

Il mio saluto a Milos, forse un addio, forse un arrivederci, si compì in due tempi: l’ultima sera, mentre aspettavo gli amici nelle stradine di Tripiti, e il pomeriggio seguente, al porto, prima della partenza con l’aliscafo per il Pireo, nel sole del pomeriggio.

sera a Tripiti
quasi in partenza per il Pireo da Milos

Sembra strano da dire, dopo un viaggio così ricco di immagini e impressioni. La sera prima davanti al cielo vellutato, alla piccola luna, mi ero commossa. Ma il pomeriggio del giorno seguente, al porto, quando dal modesto locale a self service ebbi la Mithos, con qualche patatina al forno nel piatto di plastica riciclabile, sentii con chiarezza estrema la grande felicità di riprendere la strada di casa. Ogni momento è bello e ha il suo valore, sempre e comunque. Ci si porta via da un viaggio una tale quantità di ricordi, alcuni belli e straordinari, altri deludenti, e di tutto si tiene nota, si scrive qualche appunto, forse anche una poesia. Ma quel microgrammo di felicità irripetibile resta unico, una gemma che splende solitaria: per esserne stata d’improvviso attraversata, in un momento breve e consapevole. Non serve cercarne il senso, è così e basta: è un dono dell’esserci, è parte infinitesima e irrinunciabile della “durata”: ciò di cui Peter Handke scrive, nella lunga poesia che le dedica. Cercatela, e leggetela.

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