18 novembre 2018 – tutto può cambiare

Le casere di Erera e Brendol si trovano nel parco delle Dolomiti Bellunesi, che comprende anche le Vette di Feltre, per un’estensione di circa 31.000 ettari interamente in provincia di Belluno. Il parco è stato istituito nel 1990: l’ente parco nominato nel 1993, e l’intera zona dichiarata sito UNESCO nel 2009. Le casere sono situate nel cuore delle Dolomiti di Feltre, a circa 1700 m. di quota, in un vasto altopiano erboso. Questo è delimitato a ovest da un’alta bastionata di rocce, detta Pale Rosse, che lo separa dal gruppo del Cimonega e dal Sass da Mura, e a est da quelli che vengono chiamati Piani Eterni, un percorso con marcati caratteri di carsismo ( karren, spaccature, pietraie diffuse e irregolari) che inizia dal passo Cimia e forcella Cimia. (raggiungibili da Roncoi, ai piedi del Pizzocco, prealpe a nord della Val Belluna) Si diceva che i piani di Erera sarebbero stati l’ideale per filmare una scena western: l’altopiano come una prateria, le alte rocce rossigne ed incombenti, facevano pensare a cavalli in corsa, a indiani appostati. Il problema maggiore di Erera, se vogliamo, è l’accesso: non per difficoltà alpinistiche, ma per la lunghezza del sentiero che copre circa mille metri di dislivello, in salita costante e senza soste. La via più classica per arrivare alle casere parte infatti dai 700 m. del Lago della Stua, che chiude la Val Canzoi: valle dolomitica che inizia a mezza strada tra Feltre e Belluno. Il lago, artificiale, è stato creato negli anni ’50 del ‘900 grazie a una diga che ha fermato le acque del torrente Caorame per costruire una piccola centrale elettrica. Oltre il lago il torrente scende lungo la valle, stretta e tortuosa, attraversa Feltre e devia a sud est per sfociare nel Piave. Nasce dal Sass de Mura, la cima più alta del gruppo del Cimonega nelle Vette Feltrine. Nella foto il Lago della Stua: sullo sfondo, al centro, il Sass da Mura.


Oggi le casere di Erera Brendol, abbandonate quando non furono più sede di alpeggio, sono state attrezzate ad agriturismo: Malga Erera è aperta in estate con possibilità di alloggio e ristoro con prodotti locali; Malga Brendol è invece a uso bivacco, aperto sempre. Vicino ad essa vi è l’antica stalla porticata, che, parzialmente crollata, è stata restaurata da alcuni anni.
Salire alle casere di Erera è sempre stata una delle mie escursioni preferite. L’aprirsi dell’altopiano al culmine della lunga e spesso snervante salita trasmetteva un senso di pace, e ricordava certi luoghi nascosti di cui si racconta nelle leggende dei Monti Pallidi, invisibili da valle, e ritenuti raggiungibili solo per arte magica. Qui non c’era magia: bastava camminare, accettare il sentiero che concedeva poche tregue, ma era ripagato dall’essere immersi, in estate, nella fitta faggeta; o, in inverno e autunno inoltrato, dal veder sorgere tra i rami spogli le cime innevate del Cimonega e del Sass da Mura.
Così, quando accadde che la tempesta, o uragano, Vaia, tra il 27 ottobre e il 3 novembre del 2018 colpì vaste zone montuose del Bellunese e del Feltrino, oltre che del Trentino Alto Adige e in parte della Lombardia, dopo aver superato lo choc di quanti mi raccontavano quali esiti disastrosi ci fossero stati nelle valli, ma anche nei centri abitati – mi si diceva che la stessa Feltre fosse irriconoscibile – verso la metà di novembre mi venne l’improvviso desiderio di salire a vedere come stesse di salute la mia montagna.
Partii un sabato di mattina presto, e viaggiai fino a imboccare la Val Canzoi. Ad un certo punto la strada era interdetta alle auto e chiusa per pericolo di frana. Parcheggiai sul lato destro, in uno slargo che pareva sicuro, e mi incamminai per i pochi chilometri che mi separavano dal Lago della Stua. Presto dovetti farmi largo tra pini caduti, posti di traverso sulla rotabile, e anche il torrente Caorame era ingombro di rami e tronchi spezzati. Quando arrivai poco prima della salita che conduce al lago, la situazione era questa:

La strada era collassata e per un buon tratto scomparsa del tutto, i tubi dell’acqua messi a nudo. Il CAI di Feltre aveva sistemato lungo la parete di roccia franosa un cordino di sicurezza, giallo vivo, per superare il passaggio: spiccava in quella desolazione su cui il sole chissà a che ora, a metà novembre, sarebbe arrivato. Andai oltre il tratto pericolante e continuai a camminare verso il lago. (foto sotto)

Il Lago della Stua è quasi tutto circondato da un sentiero, da cui partono i sentieri di alcuni percorsi principali, o di valli minori, sul versante orientale, per brevi itinerari. All’inizio, sul lato sinistro del lago (destra orografica) vi è il sentiero per la Malga e il Passo Alvìs: proseguendo si arriva alla testa della valle, e qui parte in direzione nord il sentiero per la Casera Cimonega e il bivacco Feltre; a destra di questo sale verso est il sentiero per Erera Brendol. Da subito ho incontrato abeti crollati. Poi, salendo, ammassi di tronchi sradicati e grossi sassi divelti. (foto in basso)



Nonostante la loro resistenza e il forte radicamento, la maggior parte dei caduti erano faggi: il che spezzava il cuore. Giacevano a cataste sulle loro stesse foglie, o mettendosi di traverso su quel che restava del sentiero: in punto dovetti passarvi al di sotto quasi strisciando. (foto sotto)


Oltre, per un tratto il sentiero era sparito, e dovetti superare un punto franato.

Più salivo, però, meno la situazione sembrava drammatica, tanto che in certi momenti pensai: sì, c’è distruzione, ma non dappertutto. La faggeta più in alto sembra aver resistito.

Arrivata al bivio in cui solitamente si sceglie se seguire a sinistra la scorciatoia detta del Porzil, o fare il percorso più lungo che scende poi ai piani di Erera, riflettei che, data la difficoltà della salita, la discesa avrebbe richiesto tempo e attenzione, dovendo equilibrarsi tra sassi e sfasciumi mal disposti e tronchi caduti. Inoltre le giornate erano brevi. Presi la scorciatoia.

Non ne ricavai velocità o brevità, ma patimento per le condizioni degli alberi: stroncati e mutilati – quasi arti umani fratturati, o strappati brutalmente dalla carne.


Il viaggio era finito. In quota non c’ erano più danni visibili: del resto avevo superato il limite del bosco. Mi affacciai ai Piani di Erera. L’erba gialla d’autunno li copriva interamente, e restai a qualche distanza dalle casere, comunque vuote in quella stagione. Sul versante destro vedevo l’estremità dei Piani Eterni. Mi sedetti a contemplare lo spettacolo di quiete, che pure mi rattristò profondamente.

In quel momento non pensai che col tempo anche i danni di Vaia si sarebbero sanati. In parte sicuramente è avvenuto, dove è stato possibile. Ricordo oggi la mia escursione come un atto impulsivo, dovuto, avvertito nel profondo prima che ne conoscessi la ragione. Ho scritto più sopra che ero partita con l’idea di vedere come stesse la montagna: ma non fu proprio così. Di Vaia avevo visto molto in tv, e anche di più avevo ascoltato da chi vi si era trovato in mezzo: come stesse la montagna era prevedibile, anche se non sapevo che proprio la Val Canzoi, nel feltrino, era stata tra le zone più colpite dalla tempesta. Non era un caso, e nemmeno un coincidenza, che fossi salita in Erera. Il disastro di Vaia saldava il presente con quanto in quei luoghi avevo vissuto in passato. Quel giorno rafforzò e mi fece sentire con più insistenza il desiderio di camminare: per monti, e non solo. Nulla esiste per sempre, ogni cosa è transitoria, persino le montagne: vicine o lontane, di casa o di altri luoghi, avrei cercato di non perderle di vista troppo a lungo.
