L’ISOLA TROVATA – CAMMINI DI AMORGOS III

Aghios Gheorgos Valsamitis

Quello che vedete nella foto di copertina è l’ingresso del piccolo monastero di Aghios Georgos Valsamitis, ad Amorgòs. Raggiungerlo è molto semplice, non sarebbe nemmeno un’escursione di cui vale la pena parlare; oltretutto lo si può raggiungere anche in auto. Ma quello che mi interessa raccontarvi è come ci sono arrivata io, con una piccola disavventura non priva di fascino. Anzi, mi è rimasta talmente nelle memoria, da desiderare di condividerla qui. Si parte da Katapola, il porto di arrivo a sud ovest dell’isola, graziosa cittadina tutta sparsa intorno alla sua baia assolata; è da qui che parte il taxi beach per la spiaggia attrezzata di Maltezi, e la barca per Plaka, lo scoglio nudo da dove tuffarsi e dove prendere il sole senza sosta. Una strada sterrata rotabile parte alle spalle del porto, e sale in direzione di un sito archeologico ritenuto importante da alcune guide, ma attualmente pare non valorizzato. L’antica Minoa, sull’altura di Moundoulia, tre km. sopra Katapola, sembra fu uno stanziamento umano ad Amorgos datante dall’ XI secolo aC. al IV secolo dC. Quel che resta di Minoa giace sul lato del rilievo brullo, arido, parte sassi e parte sabbia rossiccia, a destra della rotabile.

resti del sito di Minoa, sopra Katapola

Avevo risalito la strada, ma ad un certo punto trovai un bivio: la rotabile polverosa proseguiva diritta e un poco in discesa, mentre, piegando a sinistra, saliva con lieve pendenza verso il rilievo di fronte a Minoa. Fermai con un cenno della mano un’auto che avanzava lentamente, bianca di polvere, guidata da un giovanotto. Si arrestò, aveva entrambi i finestrini abbassati. Gli chiesi se mi sapeva indicare come arrivare ad Aghios Georgos Valsamitis. Le guide indicavano di qua, ma non vedevo segnali. Il ragazzo in un inglese stentato mi disse che il monastero era oltre la montagna alla mia sinistra, quindi avrei dovuto prendere la strada in salita, e proseguire, fino a un gruppo di case in alto. Da lì, avrei svalicato, e trovato la strada. Capii, lo ringraziai, e lui ripartì con uno sbuffo del motore. Salii quindi secondo l’indicazione, e arrivai alle case che lui aveva nominato. Non c’era nessuno in vista cui chiedere conferme. In ogni caso girai attorno ai fabbricati, e arrivai al colmo dell’altura, aspettandomi che lo sguardo si aprisse sulla visione del monastero. Invece… questo è quanto mi si offrì alla vista.

oltre il monte al di sopra di Katapola, e oltre Minoa

Rimasi perplessa e molto colpita. Niente monastero. Immaginai di dover attraversare tutto il vallone, raggiungere la parte opposta del vasto catino, quasi una dolina: ma in realtà si trattava solo di un avvallamento tra colline, brullo e bruciato dal sole. Solo dopo avere nuovamente svalicato, dall’altro lato avrei trovato il monastero. La traccia c’era, era evidente, il sentiero era percorribile, con qualche segnavia rossastro qua e là. Per cui proseguii con decisione. Il panorama rimase a lungo lo stesso, con l’aggiunta di qualche costruzione rustica non del tutto integra. Lo trovavo però affascinante. Era un po’ una scoperta, questa via per il monastero, nonostante il caldo e il sole del mattino, la mancanza d’ombra, quei colori bruciati da un’intera estate mi attiravano e mi seducevano. Era la fine di agosto, quasi l’inizio di settembre, e l’isola aveva assorbito mesi e mesi di sole.

costruzione rustica – probabile ricovero per animali; o resti di un abitato minimale con basi in muratura, tratti di steccato, e recinzioni per le capre

Inutile dire che non mi fermai, se non per scattare qualche foto. All’epoca ero ancora legata alla mia fotocamera analogica (non crediate però che siano passati secoli, ho fotografato in analogico fino a pochissimo tempo fa, e ancora lo rimpiango: le immagini qui, scannerizzate, non sono certo perfette, ma rendono l’idea) Continuai a camminare sotto il sole, dirigendomi verso il margine della vallata, al cui culmine, svalicando, avrei trovato di certo il monastero. Non mi aspettavo niente di meno, dopo tanta fatica. Ma non andò così. Uscita da quell’ambiente torrido e deserto, mi affacciai invece sulla strada asfaltata che collega la parte nord di Amorgos con la parte sud. Non dovevo che scendere a bordo strada, dove in uno slargo di erba secca giaceva abbandonato un imprecisato attrezzo agricolo tutto ruggine, e mi sarei trovata a portata di auto, cioè di auto stop. L’unico problema era nel non sapere se mi trovavo a monte o a valle del monastero. Dovevo salire, tornando, come immaginavo, verso Katapola, o scendere, dirigendomi a sud? Decidere quindi a quale auto eventualmente chiedere un passaggio: a chi saliva, o a chi scendeva? Dato che mi trovavo sul lato destro della strada, era più facile chiedere a chi scendeva, e così feci, appena un’auto fu in vista. L’auto accostò, e spiegai la mia situazione. La coppia, italiana, sorrise – o rise -. Il monastero, dissero, era più in alto, rispetto a dove io ero arrivata. Mi trovavo a valle di esso. Furono però così cortesi da invertire la marcia, e, dopo avermi fatto salire con loro, in breve, dopo poche curve, mi lasciarono davanti al monastero.

piccola icona inserita nel muro esterno del monastero di Aghios Georgos Valsamitis

Entrai, e tutto era silenzioso. Attraversai un piccolo giardino e mi avvicinai alla porta. La chiesa era molto piccola, buia. Molto suggestiva, tuttavia. Sostai per un poco.

Aghios Georgos Valsamitis, l’iconostasi

Quando uscii dalla chiesa incontrai una suora vestita in bianco. Queste monache si occupavano del monastero e lo abitavano. Mi chiese se desiderassi qualcosa, e mi fece entrare in una piccola sala da pranzo, accennandomi di prendere posto al tavolo. Di lì a poco arrivò con un piatto o un vassoio pieno di frutta fresca. Uva bianca con grossi acini, pesche, albicocche; e poi portò una brocca d’acqua fresca e un bicchiere, tutto molto semplice, in vetro. C’era silenzio e il profumo della frutta, e dei fiori che crescevano nel giardino. Chiesi come potevano in quell’arsura coltivare fiori, avere frutta fresca, alberi da frutto, vigna. Mi disse che a valle del monastero c’era una sorgente – non l’avevo incontrata salendo? – che tra l’altro formava un piccolo stagno, quasi un laghetto tra gli alberi. La loro acqua veniva da lì. Dissi che avevo fatto un’altra strada, non avevo infatti visto alcuna sorgente… e come avrei potuto? Pensai che l’avrei recuperata tornando a Katapola. Mi godetti il momento di silenzio e di pace che c’era tra quelle mura. Gustai la frutta. La monaca se n’era andata discretamente lasciandomi da sola. Fu un piccolo miracolo. Non passò molto tempo che venne un gruppo di turisti in visita al monastero, arrivati con un minivan, e bastò il loro scalpiccio, il loro chiacchiericcio, a rompere l’incanto. Così lasciai loro all’ospitalità delle monache, e uscii nel giardino, guardandomi attorno per vedere un segnale. In effetti vi era un cartellino, contrassegnato dal numero 6, sul lato sinistro del giardino: da lì si dipartiva un sentiero molto evidente. Lo imboccai, e presi a scendere nel verde. Ed ecco che trovai la pozza che corrispondeva alla sorgente.

pozza della sorgente lungo il sentiero 6 per Aghios Georgos Valsamitis

La fotografai così, dall’alto, da sopra, coi fiori che vi si specchiavano e vi galleggiavano. Lì intorno la terra non era bruciata né arida. Proseguii la facile discesa e non molto dopo fui in vista di Katapola… avevo girato attorno al monte che stava di faccia a Minoa, e il sentiero 6 sbucava esattamente prima del bivio che la mattina mi aveva fatto perdere l’orientamento e compiere la lunga camminata. Il numero 6, stampato su di un cartellino di pochi centimetri quadrati, era affisso su non so che palo al lato sinistro della strada: da lì partiva il sentiero diretto al monastero. Non gli avevo gettato nemmeno un’occhiata, ma devo dire che era ben visibile. Beh, un po’ mi dispiacque, ma un po’ no. Dopo tutto avevo avuto un’avventura, sia pur minima, un imprevisto. Katapola mi stava adesso davanti, nella luce del mezzogiorno, non avevo da percorrere che poche decine di metri per ritrovarmi tra le sue taverne vivaci, al porto.

verso Katapola

Prima di concludere voglio aggiungere una nota. L’anno dopo questa avventura tornai ad Amorgos. Era passata la metà di luglio: alta stagione. La terra non era così arida e bruciata come l’anno prima, o forse era stato un anno meno secco. Volli tornare al monastero di Aghios Georgos, ma seguendo il sentiero 6, questa volta. Tutto fu molto semplice, arrivai in fretta e passai per la sorgente e lo stagno colmo di fiori. Ebbi visioni diverse, salendo: la Chora di Amorgos, ad esempio. Il monastero era già affollato di turisti, e non mi restò che tornare indietro per la medesima strada. Avevo preferito quanto accaduto l’anno prima. Per chi, camminando, cerca, anche senza saperlo, esperienze e imprevisti, sbagliare strada è spesso un evento fortunato.

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