GIORNI D’INVERNO IN VALCELLINA

Val Cimoliana e Val Settimana

arrivando da Belluno, verso la Valcellina: a destra il Monte Toc (visibile la linea di frana) e al centro il Col Nudo

La Val Cellina, o Valcellina, in provincia di Pordenone, inizia poco dopo il paese di Erto, superato il passo di Sant’Osvaldo. Il primo paese che si incontra a valle del passo è Cimolais. Qui è una sede del parco delle Dolomiti Friulane – Dolomiti d’Oltrepiave, e vi è lo sbocco della Val Cimoliana, solcata dall’omonimo torrente che affluisce poi nel Cellina. Il Cellina segna in profondità tutta la valle, fino alla bassa Valcellina e alla pianura, formando una lunga forra al di sotto di Claut – il paese successivo a Cimolais, dove sbocca la Val Settimana con l’omonimo torrente, altro affluente del Cellina. Oggi la strada della Valcellina è quasi tutta in galleria, è una strada asfaltata, veloce, che costeggia i comuni della valle: Barcis, Andreis, e, più in basso, Malnisio, Maniago e la cittadina principale, ormai al piano: Montereale Valcellina. Il Cellina in pianura si sperde nei magredi, insieme al Meduna, per riemergere nelle risorgive e confluire nel fiume Livenza che si getta in Adriatico. Un tempo la strada della Valcellina, dall’alta e alla media e bassa valle, si percorreva a piedi, con un percorso ripido, stretto e disagevole, a picco sulla forra del Cellina. Non pochi erano quelli, e quelle, che vi perdevano la vita. Donne e uomini, soprattutto donne, nell’inverno, isolati tra i monti, lavoravano il legno: fabbricavano mestoli, scodelle, utensili; cucivano a mano i scarpet, le pantofole di feltro e velluto. Scendevano poi a valle per vendere la loro mercanzia, con non poco pericolo. Nella foto di copertina si vede, sulla destra, il Monte Toc, con parte della linea che segna il distacco dei quasi trecento milioni di metri cubi di roccia precipitati nell’invaso del Vajont la sera del 9 ottobre 1963: l’ondata potentissima superò la diga e si abbatté verso il Piave, su Longarone, che scomparve dalla faccia della terra. Di converso furono investiti anche i paesi di Erto e Casso, situati al di qua della diga. Erto, colpita e spopolata, fu ricostruita più in alto del paese vecchio, come Nuova Erto. Casso, più in alto, parzialmente isolata, fatta di poche case, è rimasta dov’era. La vegetazione che ora si vede (nella foto) ai piedi della massa del Toc, ha ricominciato a crescere intorno al 1981-83: vent’anni dopo la catastrofe. Prima di allora non c’era che una superficie glabra e desertica. Il Col Nudo, visibile al centro della foto, è il monte più alto delle Prealpi Venete facenti capo all’Alpago: 2472 m. La punta che emerge è l’anticima nord, che scende con un muro di 700 metri nella Val Vajont; mentre la cima principale, poco più tozza e stondata, è rivolta a sud ovest.

Non conoscevo ancora la Valcellina, ma conoscevo il Vajont. Da ragazzina mi portarono a vedere quel luogo dove non molti anni prima una montagna era piombata in un lago artificiale, mentre una diga colossale era rimasta in piedi: a causa di quella massa potentissima d’acqua e fango 2000 persone erano morte in pochi attimi. Non c’erano allora i percorsi della memoria, la “ferrata della memoria”, e altre iniziative importanti per segnare quel momento di storia. C’era solo un’enorme cumulo di terra che definirei di colore terroso, o terreo, pallido insomma, un marroncino chiaro che dava sul grigiastro, e su cui non cresceva nemmeno un filo d’erba. Al fondo, ma proprio al fondo di quella che era poi la montagna crollata, un occhio azzurro come di minuscolo lago giaceva immobile. Era quel che restava del grande invaso artificiale che, arrestando il corso del torrente Vajont, si era formato con la costruzione della diga. Da allora, forma e geografia della valle, vite degli abitanti, loro opere e costumi, erano stati sconvolti e mutati per sempre.

Passarono alcuni anni prima che scoprissi che oltre il Vajont il mondo continuava: verso est, nord e sud est. Lo devo allo scrittore Carlo Sgorlon di Udine, ai suoi libri Il trono di legno e soprattutto Gli dei torneranno. Questo in particolare mi colpì, per la presenza a fianco del protagonista Simone di una donna bella e misteriosa: la Clautana. Clautana significava abitante di Claut, e Claut, che segue Cimolais, è uno dei paesi principali dell’alta Valcellina. Un tempo era addirittura dotato di un porto fluviale sul Cellina, dal quale partivano con la fluitazione le zattere di tronchi destinati alla pianura. Claut ha probabile origine dal latino “clauditum”, chiuso, campo chiuso, valle chiusa tra monti, come in effetti è. A causa della Clautana o anche perché ebbi occasione di vedere, qualche anno dopo, in paese, una piccola mostra dedicata ai costumi antichi del contadini e dei pastori, delle donne, dei cacciatori e di coloro che lavoravano il legno, raffigurati da bambole di piccola e media grandezza, mi affezionai a Claut. L’esposizione, molto fedele a quanto tramandato e ricostruito, era stata chiamata “Pope de Peza”: bambole di stoffa, che, detto in italiano, non suggerisce nulla. Ma “pope”, in altre vallate di montagna, è anche il nome con cui si designano le bambine, non solo le bambole. E anche “peza” come stoffa, dal velluto alle trame più ruvide e rozze, è una parola molto diffusa nei dialetti delle montagne. Erano infatti queste “pope”, maschi e femmine, piccoli esseri che prendevano vita dai loro stessi costumi, ricreavano un mondo, nei gesti, nelle pose, negli eventi della vita, negli oggetti o utensili, oltre che negli abiti. Quella mostra mi legò a Claut e desiderai tornarci. Poi ci fu Claudio Magris col suo Microcosmi, a nobilitare la Valcellina: le dedicò nel libro un intero capitolo. La sua è una Valcellina più bassa, centrata su Malnisio, paese natale dello scrittore: Malnisio si trova non lontano da Montereale, più vicino alla pianura che ai monti, ma questi sono comunque una presenza.

Ci fu un anno in cui non ebbi la possibilità di andare in alta montagna come mi sarebbe piaciuto. Ma non volendo rinunciare a una vacanza invernale, scelsi di andare in Valcellina, facendo base a Cimolais. Non si poteva fare sci di fondo; si poteva però camminare per strade innevate, e risalire quanto meno le due valli principali: la Val Cimoliana da Cimolais, e la Val Settimana da Claut.

Stretta della Val Cimoliana, col torrente Cimoliana
ponte sul torrente Cimoliana

Era febbraio. Non c’era moltissima neve, ma abbastanza per raggelare la valle nelle sue parti più chiuse, e sprofondarci camminando con i soli scarponi. Inoltre le cascate di ghiaccio, sulle pareti di roccia alla sinistra orografica del torrente, erano imponenti, e frequentate da arrampicatori.

una delle cascate di ghiaccio della Val Cimoliana

Fuori dalla stretta, la valle si apriva, con vista sui monti a nord e nord ovest: il Duranno e le cime vicine, poi a est i Monfalconi.

a sinistra parete nord del Duranno; a destra la Cima dei Preti
vista sui Monfalconi innevati dalla bassa Val Cimoliana. Tra i Monfalconi si apre verso nord est la val Montanaia, dove si trova il celebre campanile roccioso.

Quella volta camminai nella neve fino al rifugio Pordenone chiuso per l’inverno. D’estate, in quegli anni, ci si poteva avvicinare molto al rifugio con l’auto. Ma non potevo paragonare quel tipo di escursione, fatta con amici poco tempo prima per avere dal rifugio un utile punto di partenza per altre destinazioni, alla bellezza della mia camminata solitaria tra la neve, col vento che mi soffiava intorno e sembrava abbracciarmi, piuttosto infido, appena accennavo a sedermi su un sasso a ripigliare fiato, e infine per fare uno spuntino, e bere dal mio termos il tè caldo.

Dal rifugio Pordenone la valle si estendeva ancora lunga e apparentemente senza fine. Sapevo che a varie ore di cammino ci sarebbe stato il rifugio Padova; mentre dal lato della val Montanaia, a nord est oltre i Monfalconi, avrei trovato il rifugio Giaf, al di là delle forcelle. Vi sarebbe stata da fare tutta un’alta via di rifugi, volendo, ma non in quella stagione. Mi accontentai di immaginarla.

vista verso nord est dal Rifugio Pordenone

Stabilii successivamente di salire lungo la Val Settimana, partendo da Claut. Arrivai con l’auto un po’ fuori paese, tra mucchi di neve alta dove si poteva parcheggiare, ma non andare oltre con l’auto ( cosa possibile d’estate). La valle è lunga e ampia, più soleggiata rispetto alla Val Cimoliana. Vi si incontrano rustici, forse non più abitati, o solamente d’estate, e alcune casere.

Val Settimana, da Claut

Proseguendo lungo la valle si incontra sul lato destro la casera Settefontane.

Casera Settefontane, dal sentiero della Val Settimana

Non l’ho raggiunta, perché desideravo spingermi oltre. Di fatto più avanti, seguendo il corso del torrente Settimana, si incontra l’incrocio detto Pian de le Antenne, oltre il quale, procedendo verso est nord est, si arriva (più facilmente in estate) al Rifugio Pussa. Il Pian de le Antenne era innevato e luccicava nel sole. Fin lì ero arrivata senza problemi coi miei scarponi, senza ramponcini, né bacchette da cammino. Oltre, salire poteva diventare un problema. Il posto mi piaceva: c’era vento, sì, ma anche molto sole. Tutto sembrava brillare, sfolgorare di luce. Mi fermai a godere lo spettacolo, e per quel giorno la mia escursione finì, tornando a Claut per la stessa strada percorsa all’andata.

Il Pian de le Antenne – ponte sul torrente Settimana.

In un’escursione successiva raggiunsi invece la misteriosa Casera Ciasavent ( o Casavento), e da lì percorsi un tratto della strada degli Alpini che culmina con la Forcella Clautana, da cui gli austriaci guidati da un giovane Rommel, dopo la rotta di Caporetto, tagliarono per i monti e riuscirono per questa via a raggiungere la valle del Piave. Non sono mai riuscita, confesso, a vedere le impronte di dinosauro che sembrano essere poco lontano dalla casera: né d’estate né tanto meno d’inverno. Questa volta, sempre partendo da Claut, non si segue la Val Settimana, ma semplicemente la Valcellina, con alla propria destra la bastionata del monte Resettum. Si dice che esso debba il suo nome per essere la tomba del re. E il re era un eroe di cui si parla molto nelle leggende dei Monti Pallidi. Ey de Net, Occhio della Notte, così soprannominato per la sua buona mira con le frecce anche nel buio più profondo. Egli apparteneva al popolo dei Duranni – oggi ricordati anche nel monte Duranno- e si mise al servizio della principessa guerriera Dolasilla, figlia del bellicoso re dei Fanes. I Fanes vivevano invece nelle Conturines, presso il gruppo dolomitico che ancor oggi porta il loro nome, Fanes. Chi fosse interessato a queste leggende le può trovare nei volumi di Carlo Felice Wolff, l’antropologo bolzanino che le raccolse dagli anziani dei paesi dolomitici, e le trascrisse, nei primi due decenni del XX° secolo, col nome di Dolomiten Sagen. Sono poi state tradotte in italiano, e tuttora ristampate.

Casera Ciasavent

La casera si trova al termine di un lungo percorso di ghiaie a volte fini, a volte grossolane, e sedimenti: il greto di un torrente che per lo più scorre nascosto, e in inverno presumibilmente gelato. Si tratta di un falsopiano che in questa occasione era in gran parte coperto di neve, ma che d’estate i sassi irregolari rendono particolarmente stancante: sembra non finire mai, e trasmette una sensazione di solitudine molto intensa, come di luogo fuori dal mondo. Lo posso dire perché l’avevo percorso in un tardo settembre di qualche anno prima, alla ricerca delle famose impronte di dinosauro… senza però trovarle, o essere capace di individuarle. Lasciata la casera presi poi il sentiero verso la forcella Clautana.

Valcellina salendo verso Forcella Clautana
tratto della strada degli Alpini.

Ammetto che non arrivai a Forcella Clautana, come desideravo. La neve si faceva più alta via via che proseguivo, non avevo alcuna attrezzatura, salvo dei buoni scarponi. Ci sarebbero volute ciaspole, o bacchette da cammino, o anche ramponcini. Ma all’epoca andavo alla ventura, senza curarmi troppo di essere adeguatamente attrezzata. D’inverno ero abituata allo sci da fondo, non a camminare nella neve, e quei giorni passati in Valcellina, in luoghi che in parte avevo conosciuto in estate o in autunno, furono una sorpresa che mi affascinò del tutto. Mantenni tuttavia la mia abituale prudenza in montagna, poiché ero solita camminare spesso da sola, e la rinuncia alla conquista della storica forcella non mi costò troppo. Ora è passato qualche anno, e la neve non visita così generosamente questa parte alta della Valcellina. In un’escursione recente a Casera Ciasavent, a fine dicembre, con un gruppo, non ci fu bisogno di curarsi della neve: tutto era asciutto e secco come d’autunno. Significano quindi molto queste immagini, fotografiche e non solo, di escursioni solitarie in luoghi magici. E’ questo che ripaga del passare del tempo, del clima che muta, e rimane anche grazie a un paese capace di raffigurare il suo passato con la poesia dolceamara delle “Pope de peza”.

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